Noi non proponiamo formule magiche per ottenere successo, bensì un vero percorso di crescita, totalmente personalizzato. Solo in questo modo potrai comprendere i tuoi errori imprenditoriali, e scoprire quello che ti fa sentire davvero realizzato.

Cotzate

Seguici su

Cotzata #12: Proattivi o reattivi?

Se avete fatto qualche corso di formazione probabilmente vi sarete dovuti sorbire la storiella del “problema come opportunità“. Personalmente ho sentito associare così tante volte questi due termini che adesso quando qualcuno mi dice che ha una grande opportunità per me, d’istinto rispondo “No, grazie, ne ho già fin troppe delle mie…”.
.
L’argomento utilizzato per far comprendere come un problema si possa trasformare in opportunità o strumento di crescita è quello ben spiegato da Stephen Covey nel suo libro di maggior successo, “The 7 Habits of Highly Effective People“.
In questo libro, che io considero tra i migliori nel suo genere, Covey spiega come la Proattività consista nel prenderci la nostra parte di responsabilità rispetto ad una situazione che non ci soddisfa o che presenta delle difficoltà. Per fare un esempio banale, se l’Accademia Sovversiva fosse ignorata dal pubblico un atteggiamento poco proattivo mi potrebbe portare a pensare che le persone non capiscono nulla, che io meriterei un maggiore successo, che se non dici banalità nessuno ti segue, e così via.
Ciascuna di queste frasi racchiuderebbe in realtà la vera causa del mio insuccesso, ovvero la tendenza a trovare “colpevoli” esterni (e solitamente molto accaniti contro di noi). Quando i colpevoli non sono persone vere e proprie spesso vengono tirati in causa eventi o fenomeni incontrollabili (il destino, la sorte avversa, la disposizione degli astri, il “Mondo” o, sempre più frequentemente, la mitica “crisi”).

.

Molto spesso le persone infatti affrontano la vita e le difficoltà di ogni giorno in maniera passiva e automatica, quasi come se fossero delle macchine senza libero arbitrio, autonomia e forza di volontà. L’atteggiamento che li caratterizza è la reattività: come tessere di un domino si lasciano trasportare dagli eventi e ne rimangono intrappolati in un circolo vizioso senza fine.

.
Questa abitudine, quando particolarmente radicata, crea vere e proprie patologie, tra cui depressioni, fobie e manie di persecuzione. Ma nelle persone normali semplicemente le blocca nella situazione attuale, poiché scaricando sugli altri o sugli eventi le cause di tutti i mali, di fatto viene a mancare la propensione ad attivarsi personalmente.
Proseguendo l’esempio di prima, un atteggiamento proattivo significherebbe prendermi la mia parte di responsabilità, per esempio chiedendomi in che modo posso migliorare la qualità dei miei corsi, oppure in che modo posso farli conoscere a più persone. Questo approccio mi porterebbe a cercare delle risposte che non è detto che risolvano subito o definitivamente il problema, ma almeno non mi renderebbero passivo di fronte ad esso.

.
Questo è il concetto chiave, espresso chiaramente dal nostro Covey (il quale, a dire il vero, ha semplicemente reso attuali concetti molto più antichi). Ma la parte più affascinante ritengo che stia in una sua applicazione pratica, che io chiamo “Proattività Preventiva“. Difatti tale approccio non si può utilizzare solo per trovare risposte ai problemi che di volta in volta ci ritroviamo ad affrontare, ma anche per fare in modo che alcuni di questi non si presentino (o ripresentino) nella nostra vita.
.
In poche parole, se ho un problema con un mio cliente o un collaboratore in azienda posso sicuramente affrontare la cosa proattivamente, cercando di risolverlo al meglio, ma se mi fermassi a quello, senza comprendere cosa lo ha realmente generato, potrei ritrovarmi a gestire continuamente gli stessi problemi (o problemi simili).
Possiamo quindi dire che i realtà c’è una vera e propria “scala” di proattività, il cui gradino più basso (quindi meno efficace) consiste proprio nella gestione del problema solo nel momento in cui esso si presenta.
Quello più alto ed efficace (in mezzo ce ne sono altri quattro) è invece quello che mi porta a prevenire o a gestire definitivamente un problema.
.
Qui parliamo, ovviamente, di problemi che riguardano la nostra sfera di influenza. Pensare di risolvere tutti i problemi del Mondo con la sola proattività sarebbe utopistico (di solito piace molto agli amanti della New Age e del “pensiero positivo”), ma per quanto riguarda la vita quotidiana è uno strumento davvero molto potente e che, con un po’ di pratica, può dare grandi soddisfazioni.
Quando sono in aula di solito a questo punto si alza una manina.
E’ per fare la mitica domanda: “Ma questo significa che mi devo prendere tutte le colpe di quello che mi succede?“.
Ovviamente no, anche perché prendersi le colpe non ha nulla a che vedere con il prendersi le responsabilità. Ci sono persone che non fanno altro che sentirsi in colpa, ma poi continuano a fare gli stessi errori o smettono di agire del tutto. Se una persona è maleducata non è colpa nostra, ma proattività significherebbe chiederci cosa possiamo fare per non reagire emotivamente o per trarre comunque il meglio anche da quella persona. Ma proattività non è neppure subire tutto da tutti. Infatti potremmo prenderci la responsabilità di scegliere di non voler più avere a che fare con una determinata persona (invece che “sperare” che cambi).
.
L’argomento, semplice concettualmente, apre a riflessioni molto profonde ed è applicabile ad ogni situazione che non si sblocca, che non ci soddisfa o che comunque non ci permette di realizzare le nostre potenzialità.
Personalmente ritengo che andrebbe insegnato ai bambini nelle scuole dell’obbligo (ci ho provato, senza fortuna, perché non rientra “nel programma”), ma vi assicuro che non è mai troppo tardi per farlo proprio e per scoprirne l’utilità.

Commenti:

  • Riccardo

    Su youtube c’è un video di Velasco la teoria degli alibi. Che spiega molto folcloristicamente il concetto della Pro attività

    Rispondi 29/03/2018 at 11:53