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Cotzata #18: Perché un’azienda fallisce?

E’ vero, gli imprenditori in Italia sono trattati peggio dei criminali, non vengono tutelati in alcun modo dallo Stato e la loro passione è spesso distrutta dalla burocrazia, dalle tasse e dalla sempre più grave crisi mondiale. E’ altrettanto evidente però che ci sono delle differenze importanti, che stanno selezionando chi riuscirà a farcela da chi invece vedrà fallire la propria azienda. Pur essendo tali variabili molto ampie (soprattutto tra chi lavora con privati e chi invece ha crediti nei confronti dello Stato) vi sono 3 macro lacune che spesso rappresentano la vera causa delle difficoltà di una piccola o media impresa.
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Vediamo quali sono:
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1) Nessun controllo finanziario, neppure nella sua forma più banale.
Non si distinguono i costi fissi da quelli variabili, la marginalità è calcolata ancora “ad occhio”, non si sa qual è il vero break even. Non si calcolano i costi di non qualità, si cerca di risparmiare sulle inezie ma si buttano via migliaia di euro in  sprechi costanti. I magazzini sono sovradimensionati o mal gestiti, vengono dati stipendi alti o premi a persone che remano contro l’azienda, gli acquisti strategici sono affidati ad amministrativi incompetenti e non c’è nessuno che sia esperto nel recuperare i crediti senza perdere il cliente. Una tale situazione, che poteva essere tollerabile quando i margini erano a due cifre, di questi tempi diventa fatale.
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2) Superficialità nella gestione del personale.
Si tollerano situazioni che andrebbero gestite immediatamente con fermezza e si rimprovera a caso il malcapitato di turno. Le riunioni sono noiose ed inutili, con lunghi monologhi del titolare o recriminazioni sugli errori fatti . Qualcuno non le fa proprio “perché tanto ci vediamo tutti i giorni”, oppure ci si limita alla classica convention di fine anno. Scarseggiano i riconoscimenti ai più meritevoli, viene dato tutto per scontato, e manca un sistema meritocratico fatto di incentivi legati al reale valore creato dai collaboratori. I responsabili intermedi vengono spesso scavalcati (quando ci sono), oppure vengono dati ordini contrastanti che creano confusione ed errori. Non sono chiariti i risultati da ottenere, si parla solo di quello “che andrebbe fatto” e mai del “come va fatto”. Non esiste uno scopo o un sistema di valori aziendali realmente condivisi da tutti.
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3) Marketing improvvisato e gestione commerciale mediocre.
C’è ancora la convinzione che il cliente venga a bussare alla porta, e che proporsi sia poco elegante.  Ci si lamenta del fatto che il prodotto o i servizi non vengano apprezzati dal cliente, ma non si è mai fatto un sondaggio per chiedere la loro vera opinione. I venditori sono visti come un costo, perché vengono pagati ancora solo col fisso e si spera che basti dargli la brochure in mano per farli vendere. Non esiste un budget e nessuna strategia marketing per i 6-12 mesi a venire. Non viene fatta nessuna riunione settimanale o mensile con gli agenti, solo qualche telefonata ogni tanto per sapere cosa hanno venduto. Vi è ancora la pericolosa convinzione che basta avere un buon prodotto e si spera che prima o poi il mercato riprenda come promesso dai politici in televisione.

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Ci sarebbe ovviamente tanto altro, ma già con queste tre condizioni una PMI non ha nessuna possibilità di salvarsi, quindi è solo questione di tempo.

L’imprenditore non verrà salvato da nessun governo, da nessuna riforma, da nessuna banca. Da loro, purtroppo, può solo essere affossato più velocemente.
Quindi non resta che rimboccarsi le maniche ed affrontare uno ad uno tutti questi punti, mirando all’eccellenza come condizione unica ed indispensabile per far crescere la propria azienda.

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